NOTIZIARIO N. 7-8 | SETTEMBRE/DICEMBRE 2005

A BERGAMO UN'ALLEANZA PER LA CONTINUITÀ TERRITORIALE

Da sinistra: Ibba, Broccia, Bettoni, Maieli
È stato qualcosa di più di un tavolo di lavori, quello che si è tenuto il 29 ottobre a Bergamo nel Palazzo della Provincia sul tema: "Continuità territoriale: collegamenti tra Lombardia e Sardegna. L'anomalia di Orio al Serio", organizzato dal nostro Circolo.

Nelle nostre intenzioni si doveva favorire un incontro tra addetti ai lavori per fare il punto della situazione sulla continuità territoriale e individuare insieme un percorso finalizzato ad una soluzione positiva del problema.

Le premesse c'erano tutte: la sede di assoluto prestigio, l'adesione delle istituzioni bergamasche, rappresentate dal Presidente della Provincia Valerio Bettoni e dall'assessore comunale Luciana Gattinoni, in rappresentanza del sindaco Roberto Bruni; la presenza dell'assessore ai trasporti della Regione Sardegna, Sandro Broccia, e del consigliere regionale Mondino Ibba, la partecipazione dell'hub manager di Meridiana Marco Mazzoli e quella dei vertici della FASI, col presidente onorario Filippo Soggiu, il presidente Tonino Mulas ed il coordinatore per la Circoscrizione Lombardia Giovanni Loi.

Si è sviluppato un confronto molto serrato e ricco di contributi, con molti punti convergenti sfociati in una vera e propria alleanza tra le istituzioni di Bergamo, Regione Sardegna, Meridiana e FASI.

Due gli obiettivi: estendere la continuità territoriale ai principali aeroporti italiani, e garantire per sei mesi (non più quattro come la scorsa estate) i voli quotidiani tra Bergamo e Cagliari, con collegamenti nei fine settimana e per le feste negli altri sei mesi, puntando in tempi brevi ad un collegamento giornaliero tutto l'anno.

L'alleanza nata a Bergamo costituisce quindi un passo molto importante, anche perché è destinata ad allargarsi alla regione Lombardia e alla direzione dell'aeroporto di Bergamo. Ovviamente è grande la soddisfazione del nostro Circolo, protagonista negli ultimi anni di numerose iniziative sui collegamenti aerei con la Sardegna: possiamo dire, con un pizzico di orgoglio, che oggi la Sardegna ci sembra un po' più vicina.

Il nostro impegno però non termina qui, continuerà finché non sarà garantito un collegamento quotidiano tra Bergamo e Cagliari.

Le autorità partecipanti all'incontro
Di questo e di altre cose ci farà piacere parlare con i nostri associati durante la cena sociale del 17 dicembre. Venite numerosi: l'ultima volta è stato bellissimo, stavolta, si Deus cheret, e sos carabineris..., sarà ancora meglio!

A nos bider sanos! Gavino Maieli




Continua la simpatica tradizione della cena dicembrina

Un'occasione per scambiarci gli auguri natalizi e per l'anno che si appresta ad entrare, ed anche un'occasione per fare un primo piccolo bilancio dell'anno appena trascorso. La sede sarà ancora una volta l'accogliente Oratorio di San Paolo, il menu più "sardo", di terra, ma non per questo meno gustoso dell'ultimo, anzi!

Di seguito riportiamo tutte le notizie utili, dal menu ai telefoni delle persone da contattare per aderire. Inoltre, per facilitare la conoscenza e la fraternizzazione, consegneremo all'ingresso un badge a ciascun partecipante, per far sì che ognuno di noi possa parlare con il proprio vicino conoscendone il nome ed evitando a tutti quegli imbarazzanti momenti di approccio che a volte ci spingono al silenzio.


Dettagli dell'evento

  • Luogo: Oratorio San Paolo, P.le San Paolo, 35 - Bergamo

  • Data: 17 dicembre 2005

  • Ora: 20,00 - 20,30

Menù

  • Antipasti: Antipasti misti

  • Primi: Fregula con funghi porcini e salsiccia; malloreddus ai carciofi

  • Secondi: Porcetto arrosto; reale di vitello arrosto

  • Contorni: Verdure in pinzimonio

  • Formaggi: Formaggio pecorino

  • Dolci: Macedonia con gelato

  • Bevande: Vino Cannonau, acqua

  • Digestivi: Caffè e digestivo

Quote

  • Quota adulti: Euro 20,00

  • Quota ragazzi (fino ai 15 anni): Euro 12,00

Per prenotazioni:

  • Giovanni Guerinoni: tel. 035-956429

  • Cesare Lai: tel. 035-343096

  • Sisinnia Bua: tel. 035-681965


Sardi illustri | (2)

Eleonora d'Arborea (prima parte)

Eleonora nacque, probabilmente, in Catalogna intorno al 1340 da Mariano de Bas-Serra e da Timbora di Roccaberti, sorella di Ugone e Beatrice; visse i primi anni della giovinezza ad Oristano. Quando nel 1347 morì il giudice Pietro III di Arborea senza discendenti, la Corona de Logu del Giudicato (un'assemblea dei notabili, prelati, funzionari delle città e dei villaggi) elesse giudice il padre di Eleonora Mariano IV, fratello dello scomparso, che resse il giudicato dal 1347 al 1376. Eleonora sposò prima del 1376 il quarantenne Brancaleone Doria, del celebre casato genovese.

Il suo matrimonio rientrava nel più generale disegno di un'alleanza tra gli Arborea ed i Doria, che già controllavano vasti territori della Sardegna in funzione antiaragonese. Dopo le nozze, abitò a Castelgenovese (l'attuale Castelsardo), nacquero i figli Federico e Mariano.

Sembra ormai accertato che nel 1382 Eleonora abbia elargito un prestito di 4000 fiorini d'oro a Nicolò Guarco, doge della Repubblica di Genova, e che questi da parte sua s'impegnasse a restituire la somma nel termine di dieci anni; in caso contrario, avrebbe pagato il doppio. Accessoriamente fu sottoscritta la condizione che, se nel frattempo fosse pervenuto alla pubertà Federico (figlio di Eleonora), la figlia del doge Bianchina avrebbe dovuto sposarlo e, nel caso che tale matrimonio non si fosse potuto celebrare (per causa di morte o altro caso fortuito), l'atto sarebbe diventato nullo.

Un simile prestito ad una potente famiglia di Genova, e questa clausola del contratto, segnalano un disegno dinastico di Eleonora la quale, accordando tal credito, insieme mantenne alto il prestigio della sua casata e riconobbe l'importanza degli interessi dei liguri in più, pose delle basi concrete per un'alleanza che le avrebbe consentito il ricorso a risorse logistiche e di collegamento (mediante la potente flotta doriana) presso buona parte dei porti del Mediterraneo. In sostanza, si immise con rango paritario nel gioco della politica europea.

Quando però ad un certo punto Ugone III di Arborea si ammalò, e si profilò il problema della sua successione, Eleonora scrisse al re d'Aragona perché sostenesse le ragioni di suo figlio Federico, piuttosto che quelle del Visconte di Narbona, vedovo di sua sorella Beatrice morta nel 1377. Nel 1383 Ugone fu però assassinato nel suo palazzo di Oristano, ed il suo regicidio poteva avere diverse motivazioni e giovare a diversi interessi.

Le ragioni esterne essendo quelle degli aragonesi e dei nemici di Arborea, quelle interne potevano individuarsi nel malcontento delle classi dei proprietari e dei mercanti, in reazione al suo atteggiamento autoritario e per le vessatorie contribuzioni (necessarie a mantenere i mercenari tedeschi provenzali e borgognoni, che Ugone aveva assoldati più che altro per evitare che venissero assoldati da altri) cui erano obbligati.

In questo clima di crisi e di malcontento, con l'Aragona già scopertamente intenzionata a conquistare l'intera isola, nel 1383 Eleonora scrisse al re una relazione sulle condizioni della Sardegna e chiese appunto che riconoscesse il proprio figlio Federico come legittimo successore di Ugone. Inviò quindi il marito Brancaleone a trattare direttamente col re. Al tempo stesso scrisse alla regina, chiedendole di intercedere presso il re a favore del figlio perché potesse così terminare il disordine che regnava nell'isola.

Eleonora intendeva riunire nelle mani del figlio quei due terzi della Sardegna che Ugone, prima della sua uccisione, aveva occupato. Questo disegno insospettì il re, che non ritenne conveniente avere una famiglia tanto potente nel suo regno, tanto più che non essendoci erede diretto maschio di Ugone, quei possedimenti, "iuxta morem italicum", avrebbero dovuto essere incamerati dal fisco.

Brancaleone fu trattenuto col pretesto di farlo rientrare in Sardegna non appena una flotta fosse stata allestita, ma effettivamente era divenuto un vero e proprio ostaggio (e strumento di pressione contro la giudichessa ribelle). Eleonora non si perse d'animo, e confermò la sua politica di guerra: partì all'azione e non appena fece rientro ad Oristano, punì i congiurati e si autoproclamò giudichessa di Arborea secondo l'antico diritto regio sardo, per cui le donne possono succedere sul trono al loro padre o al loro fratello.

(Continua) (Da Tottus in Pari - n. 123 del novembre 2005) 

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Considerazioni di un emigrato (7)

Oggi parliamo di nuraghi. Almeno cominciamo a parlarne. Se ci pensiamo superficialmente, come spesso si fa, ci convinciamo in fretta di sapere tutto di questi giganti silenziosi che da millenni sfidano vento ed intemperie nella nostra Sardegna.

Ma non è tutto così semplice: i nuraghi sono oggi oltre settemila e non sappiamo quasi niente delle genti che li hanno costruiti, popoli resi muti dalla storia e dalla mancanza di una lingua scritta. Il nuraghe lo immaginiamo come un tronco di cono, spesso semidiroccato e macchiato dai licheni e/o colonizzato da un arbusto o da un olivastro. Ma anche nella forma i nuraghi sono più complessi, e la loro varietà ci parla ancora una volta di un popolo vivace e ricco, con una organizzazione sociale complessa, svanito chissà dove e perché, lasciando poche tracce di sé, oltre ai silenti monumenti di pietra.

Ma pensiamo anche che prima dei nuragici, nel terzo millennio prima di Cristo, la Sardegna era di già abitata da popolazioni capaci di costruire strade che sono arrivate a noi, oltre che sepolture ipogee scavate nella dura roccia. Per averne una prova dovete recarvi alla necropoli di Montessu, a Villaperuccio, vicino a Santadi, nel sud-ovest della Sardegna. Una visita capace, una volta di più, di portare un sardo di fronte allo specchio a chiedersi: "Ma chi eravamo, in realtà, noi?".

Nuraghi di Sardegna: caratteristiche architettoniche (Prima parte)

I numerosi nuraghi disseminati nell'isola di Sardegna occupano certamente un posto di rilievo fra i monumenti lasciati nel bacino del Mediterraneo occidentale dalle varie culture che nell'antichità vi si sono succedute. Questi maestosi edifici hanno un ruolo fondamentale nel paesaggio sardo, tanto da imprimersi nella mente del visitatore come elemento caratteristico di una terra misteriosa e straordinaria e da assurgere a simbolo ed emblema di un intero popolo.

Nuraghe S. Barbara | Macomer
"I nuraghi" dice bene Giovanni Lilliu, insigne studioso dell'archeologia sarda, "significano fascino di Sardegna, oltre la natura vergine e sconfinata, oltre il mare". Sono circa settemila quelli che, conservati più o meno bene, sono giunti fino a noi, ma all'origine e prima delle molte distruzioni cui sono andati incontro, il loro numero doveva essere certamente maggiore.

Il nome di questo caratteristico monumento deriva dal vocabolo nurra, che significa "mucchio", "accumulo", ma anche "cavità". Ed è forse proprio per questo doppio significato che il termine è stato applicato alla forma originaria del nuraghe, una costruzione venuta su per "accumulo" di grosse pietre con interno occupato da una camera coperta a cupola e pertanto "cava".

Nuraghe Is Piras: falsa cupola

Nella sua espressione più semplice il nuraghe presenta la figura di una torre rotonda, dal profilo verticale a tronco di cono, sormontata da un terrazzo sporgente, costruita con muratura molto spessa, composta a secco con grosse pietre, talora grezze, talora lavorate, disposte in filari orizzontali sovrapposti a cerchi sempre più stretti dal basso verso l'alto. Le pietre si reggono senza l'aiuto di alcun cemento, solo con il peso ed il contrasto dei massi, che sono ben legati in struttura grazie ad una tecnica costruttiva affinata dall'esperienza, in base alla quale, al momento della collocazione, alcuni blocchi venivano sbozzati, eliminando eventuali asperità che potessero impedire l'aderenza a quelli già in opera.

L'interno di queste torri è cavo, essendo occupato da una camera coperta a tholos ossia a sezione ogivale, con le pareti che si elevano ad anelli concentrici sporgenti l'uno sull'altro, con diametri decrescenti dal basso verso l'alto, dove una o più lastre chiudono il foro della falsa cupola.

(Continua)

Guido Corda

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