NOTIZIARIO N. 31 | NOVEMBRE 2010

 

La celebrazione del decennale di attività del nostro Circolo, avvenuta domenica 19 settembre u.s. nei locali del cittadino centro Polaresco, ha segnato una tappa importante della vita del Circolo medesimo, ricevendo una favorevole evidenza nella stampa e nei “media” locali. Come si accennava nell’editoriale del precedente Notiziario, la continuità dell’impegno associativo, finora assicurato da un volenteroso Consiglio Direttivo, chiama peraltro in causa nuove energie, senso di responsabilità ed un adeguato entusiasmo da parte soprattutto delle classi giovanili dei nostri iscritti.
Per suscitare infatti l’interesse di quello che potrebbe essere il cosiddetto ricambio fisiologico generazionale degli associati non si può prescindere dalla migliore conoscenza dei gusti, delle aspirazioni, delle aspettative dei potenziali iscritti del domani. È risaputo che nell’ambito degli organismi associativi si preferisce lasciare agli elementi già “collaudati” lo svolgimento delle attività istituzionali e promozionali. Ma è anche vero che la lunga militanza non costituisce di per sé un elisir di lunga vita e che l’esperienza degli adulti deve accompagnarsi all’apprendistato dei rincalzi che saranno gli adulti del domani.
Ecco perché ci sembra il caso, avvicinandosi il rinnovo triennale delle cariche sociali del Circolo, di sollecitare la chiamata in causa di quelli che finora hanno preferito restare da parte, limitandosi agli incoraggiamenti, ai consensi assembleari, a qualche stiracchiato consiglio (a volte a qualche critica disimpegnata). Altrimenti si corre il rischio di avviare il nostro Circolo, appena decenne, ad un anticipato tramonto, come se si ritenesse l’esperienza associativa non meritevole di concreti appoggi. 
Ciascuno di noi che finora è andato avanti dando vita ad iniziative, incontri, contatti con le rappresentanze sociali pubbliche e private, è consapevole che “non l’ha ordinato il medico che debba esistere il nostro Circolo" e che quindi se ne possa fare benissimo a meno, come è avvenuto per lunghi anni prima del primo vagito (espresso nel novembre dell’anno 2000 per iniziativa dei soci fondatori).
L’adesione nel giro di pochi anni di circa 300 associati sembrava allora preludere ad un cammino in ascesa, che si è invece fermato. Si può pensare che siano stati commessi errori (personalismi, emulazione, invidie) ma la causa principale è stata sicuramente il disimpegno di coloro che hanno in un primo tempo plaudito all’iniziativa ma poi si sono ritratti comodamente accampando la scusa del "non aver tempo disponibile" per rimboccarsi le maniche, tradendo le aspettative di coloro che viceversa si spendevano per dare una voce alla gente (sarda e non sarda), che ci avevano creduto ed ai collaboratori (privati e pubblici) che ci avevano dato retta.
L’anno volge al termine, e sicuramente ne festeggeremo la conclusione, come la tradizione richiede, ma nei primi mesi del prossimo anno occorrerà che quanti dei nostri soci sono rimasti alla finestra facciano un pensierino alla da noi auspicata autocandidatura per le cariche associative del Circolo per il triennio 2011/2013. Altrimenti vorrà dire che il sogno (o il desiderio) di chi, amando la Sardegna, aveva cominciato a realizzarlo, è tramontato per l’ignavia di chi non è capace di sognare.  
La Presidenza


IL CONSIGLIO DIRETTIVO AUGURA BUONE FESTE E BUON ANNO A TUTTI 


ASSEMBLEA GENERALE DEI SOCI | CONSUNTIVO 2010
L’Assemblea Generale si terrà in 1^ convocazione l’11 dicembre alle ore 7.30
In mancanza del numero legale, in 2^ convocazione l’11 dicembre alle ore 21.30
Presso l’Oratorio di Loreto in via Loreto 


Cena di Natale
all’ Oratorio di Loreto | 11 dicembre 2010 alle ore 19.30

Antipasti
Bruschetta mediterranea (pomodoro e rucola), tocchetti di grana pere e miele, bocconcini di polenta lardo e branzi

Primi
Risotto carciofi e speck, malloreddus alla nuorese

Secondi
Tagliata di manzo con rucola e grana, formaggio pecorino sardo

Contorni
Patate al forno, verdure al vapore

Dolce
Macedonia con gelato, dolcetti sardi

Pane Carasau
Vino bianco e rosso, acqua, caffè

Prezzo € 25 adulti |  € 15 bambini

La serata sarà allietata da giochi e intrattenimenti

N.B per i bambini è possibile richiedere un menù diverso naturalmente avvisando al momento della prenotazione.
Prenotazioni: entro il giorno 7 dicembre telefonare a Sisinnia Bua al numero 035/681965 | 3497748419, Giannina Figus al numero 035/613017 | Mario Pomesano al numero 035/260375 | Scavo Ernesto 035/252240 


INIZIATIVE ED APPUNTAMENTI DEL CIRCOLO 
(Presso la circoscrizione 2 di Loreto in Largo Roentgen 3) 

24 NOVEMBRE | Eliseo Pitzalis "Caravaggio: un genio bergamasco"
12 GENNAIO | Mariella Meloni "Antiche tradizioni villacidresi"
26 GENNAIO | Prof. Benedetto Toso "I segreti per rilassarsi e riposare bene"
9 FEBBRAIO |  Proiezione della 1^ parte del film di Salvatore Mereu "Sonetàula"
23 FEBBRAIO | Proiezione della 2^ parte del film di Salvatore Mereu "Sonetàula"
9 MARZO | Alessandra Meleri "Tremate, tremate, le streghe son tornate"
23 MARZO | Eliseo Pitzalis "La Sardegna al tempo dei nuraghi"


Gita in Sardegna dal 18 al 25 maggio 2011
Il Circolo sta organizzando per l’anno prossimo un viaggio in Sardegna, chi fosse interessato è pregato di comunicarlo. Nel prossimo notiziario verrà pubblicato il programma completo.


TESSERAMENTO ANNO 2011
Dal mese di novembre è iniziato il rinnovo dell’adesione al Circolo per l’anno 2011. Il costo della tessera, da 10 anni, è sempre lo stesso. Ricordiamo che il tesseramento è un momento importante per la vita del Circolo.
Per vostra comodità, oltre che con il bollettino postale, potrete effettuare il pagamento anche con un bonifico presso il Credito Bergamasco di via Moroni 314 Bergamo
Codice Iban: IT 14 Y 03336 11149000000029277
Causale: Tesseramento 2011


GIAPPONE?... PARTIAMO! 
A Marzo, qualcuno direbbe “finalmente”, sono convolata a nozze e come meta del viaggio di nozze abbiamo escluso “il mare”. Perché quindi non andare alla scoperta del Giappone? Detto e fatto: partiamo!! È impossibile descrivere questa terra, la sua gente e la sua cultura in due parole. E non è neanche una meta “facile”: bisogna viverla in tutte le sue sfaccettature, sennò è tempo sprecato.
Il viaggio aereo è però interminabile: circa 11 ore di volo (il nostro prevedeva Milano - Francoforte -Tokyo, sorvolando la Siberia). Appena arrivati in aeroporto a Tokyo ci hanno subito fermato due poliziotti che ci hanno chiesto i documenti: il tutto è finito col parlare di calcio italiano!!
È un popolo molto cortese, pulito e rispettoso: in strada non si può fumare dove c’è gente. Tokyo mi ha molto sorpresa. La conoscevo solo per sentito dire, la immaginavo caotica, piena di smog, chiassosa…. ebbene non ho trovato niente di tutto ciò. La gente usa quasi esclusivamente i mezzi pubblici, tanto che circolano quasi esclusivamente taxi, auto delle autorità e qualche vettura personale.
Prendere la metropolitana non è così semplice perché è gestita da 3 operatori e le linee sono veramente tante. È curioso il fatto che se tentenni un attimo, se ti fermi a controllare le scritte sui tabelloni per essere sicuro di dove stai andando, anche se non chiedi nulla, qualcuno si ferma sempre e ti chiede se hai bisogno di aiuto. Non solo, è possibile incontrare anche i volontari che sono dei signori in pensione che parlano un perfetto inglese (a differenza nostra) e che ti aiutano a trovare la giusta direzione da prendere. L’onestà è un principio basilare della religione e della loro cultura (le due cose sono particolarmente unite). A titolo di esempio vi dirò che in autobus nessuno controllerà mai il vostro biglietto. Si sale, si prende un bigliettino simile a quello per la fila dal salumiere; si prendono i soldi e si avvolgono dentro. Quando scendi c’è una cassettina vicino all’autista in cui metti il tutto. Nessuno controlla che i soldi siano giusti ma nello stesso tempo nessuno metterà mai un importo sbagliato!!
Se hai problemi di cambio trovi all’interno dell’autobus anche il cambiamonete!! E sempre nel rispetto delle persone, in attesa che arrivi il mezzo che ti interessa chiaramente si fa la fila che nessuno supera!! 
Noi ci siamo messi in testa di mangiare solo cibi giapponesi, ma devo essere sincera, su un totale di 10 giorni, per otto siamo stati fedeli alla nostra promessa, dopo di che ci è mancata la pasta!! Il cibo è leggero, con le sue verdure, il suo riso …. a meno che non puntiate sul pesce fritto. Molte verdure e tuberi sono introvabili anche da noi ma il riso è totalmente diverso. Il discorso è lunghissimo quindi dirò solo che non può mancare una pietanza incandescente, così come l’acqua o le bibite, in generale, sono sempre ghiacciate!!
Per i ristoranti non c’è problema: ci sono i piatti esposti in vetrina con i prezzi. Quando entri glieli puoi fare vedere: te li portano esattamente uguali a come sono esposti e nessuno farà la “cresta” sul conto. In ogni albergo ti danno il kimono come pigiama ed è tutto molto pulito. Cosi come sono puliti i bagni pubblici: a differenza dei nostri, non ho avuto paura che qualche strano batterio, che nel frattempo si era trasformato in mostro, mi potesse assalire mentre facevo pipì!
E poi, non posso non ricordare con un fremito al cuore la tavoletta del wc riscaldata!! Ma su questo non vi dirò altro perché in Giappone anche il water è diverso ma tutto ciò e molto altro lo dovete scoprire da soli. Insomma …. magico Giappone!
Erika


Ultimo articolo di Gonnosfanadiga: un bombardamento dimenticato (da Storia del Novecento) 
Si dice che un giovane di Gonnosfanadiga, emigrato negli Stati Uniti e arruolato nelle forze aeree, si sarebbe voluto vendicare per alcuni torti fatti a lui e alla sua famiglia. Ma è appunto una favola. Va detto che soltanto dal settembre 1943, una certa percentuale di B-17 cominciò ad essere dotata del radar per gli attacchi notturni H2S e dello strumento di radionavigazione OBOE, entrambi di concezione britannica che consentivano di “leggere” il terreno e, quindi, l’obiettivo sottostante in caso di nebbia, nuvole o oscurità. Pertanto si potrebbe realmente ipotizzare un “errore” da parte dei piloti americani, tuttavia i dubbi rimangono poiché il bombardamento avvenne in pieno giorno.  
Nel caso di Gonnosfanadiga, una volta diradatesi le nuvole in un pomeriggio di sole, i puntatori dei bombardieri come poterono non notare la differenza che corre tra un centro abitato di campagna ed un aeroporto con annesse delle caserme ed altre installazioni militari? Probabilmente, almeno in questa occasione, gli aviatori americani non si posero troppe domande sul da farsi dato che, per loro, là sotto c’erano soltanto dei “fucked maccaroni”… Un atteggiamento razzista molto diffuso a quel tempo, anche a livello inconscio, soprattutto tra i “bianchi” anglosassoni protestanti” che nutrivano un profondo disprezzo nei confronti degli italiani considerati dei dagoes (reietti) o, nella migliore delle ipotesi, dei woops (guappi). Un disprezzo che, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti, era degenerato in un violento odio etnico contro la comunità italiana d’America che, dopo quella di origine africana, fu la più linciata e perseguitata tra quelle residenti negli USA.
Le Testimonianze proseguono con quella del Gen. Bruno Scotti, al tempo di stanza a Gonnosfanadiga. Inviò questa lettera al sindaco di Gonnosfanadiga: “Finalmente, dopo tanto tempo, sento parlare del bombardamento di Gonnosfanadiga. Io c’ero ed ancora non ho digerito tutta la rabbia e il dolore accumulato in quel giorno. Ero accantonato, con la mia batteria, in una casermetta funzionale alle porte del paese. Davanti alla casermetta erano schierati senza mimetizzazione, cavalli, cannoni e trattori. Quel giorno, bassi, abbiamo sentito passare su di noi gli aerei: non ci hanno considerato. Abbiamo sentito gli scoppi in paese. Non so descrivere la scena: abbiamo allineato lungo il marciapiede i corpicini straziati di tanti bambini. Mi veniva da urlare: perché non ve la siete presa con noi soldati? Invece dei bambini che uscivano dall’asilo: erano vostri nemici? Eppure proprio i bambini erano le vittime destinate. So di affermare una cosa grave. Non sono più stato da allora a Gonnosfanadiga, ma sono sicuro che ancora oggi un osservatore che passa per la via principale ed osserva i marciapiedi vede sul lato verticale dei massi i segni dell’offesa nemica. Questo perché gli aerei lanciavano delle granate dotate di spoletta di prossimità che le faceva scoppiare in vicinanza del suolo e proiettare verso il basso-frammenti di un grosso mollone d’acciaio contenuto nella granata, come abbiamo constatato smontando alcune granate rimaste inesplose. Erano delle granate fatte apposta per ammazzare i bambini e, forse, ferire le parti basse degli adulti. Ma cosa avevano fatto, contro gli americani o gli inglesi, i bambini di Gonnosfanadiga?"

Lettera di Raffaele Melis su “ L’Unione Sarda”:
"…Era il primo pomeriggio del 17 febbraio 1943, un bel pomeriggio di sole. A Gonnosfanadiga gli uomini anziani, come di consueto, si ritrovavano a piazza del mercato a commentare gli ultimi avvenimenti di guerra; qualche fortunato possessore di radio riferiva le notizie dell’ultimo comunicato, qualcun altro sommessamente aggiornava il doloroso elenco dei giovani del paese morti in guerra o di coloro dei quali non si avevano più notizie da molto tempo. Le donne erano intente ai soliti quotidiani lavori. I ragazzi, per strada o nei cortili, continuavano a giocare al salto della fune, a far girare la trottola, a dar calci e a rincorrere una palla fatta di stracci. Mancava poco alle 14, quando un brusio sordo e pesante attirò l’attenzione di tutti che si volsero a guardare il cielo verso sud, dal lato della montagna. Passarono alcuni minuti prima che il brusio diventasse un rumore di aerei sempre più distinto e, all’improvviso, sbucarono dietro le colline i primi tre aerei; subito dopo altri tre e altri ancora. In un istante furono sopra l’abitato. Un attimo, e subito furono scoppi secchi seguiti da un’eco sinistra. Si sollevò un gran polverone, i pali elettrici per terra; i fili aggrovigliati, un odore di intonaco vecchio e di polvere da sparo. Per tutto il paese fu un intrecciarsi di grida, pianti e un disperato chiamare nomi “Antonio, Franco, Maria, Salvatore, mamma…”, correre alla ricerca del figlio, chiamarlo a gran voce, piangendo, mordendosi le labbra, con il cuore in tumulto; vedere la gente attorno stordita, incredula e lasciarsi andare ad un pianto a dirotto stringendo finalmente a sé l’esile corpo di un bambino. La polvere si sollevò nella parte del paese colpita dalle bombe. Nella piazza del mercato il lancio della bomba fu di tragica precisione; scoppiò proprio dove c’era l’ assembramento più folto. Passarono interminabili momenti prima che qualcuno dei tanti scaraventati a terra dalle deflagrazioni potessero dare segni di vita. Dopo i primi attimi di paura e di smarrimento, la gente delle case vicine, risparmiate dalle bombe, accorse sul luogo della strage. Tra i rami degli alberi caduti, le macerie e il fumo, furono apprestati i primi soccorsi: comparvero lenzuoli e vennero fatti a strisce per apprestare improvvisate medicazioni. Un’anziana donna raccolta dalla strada venne adagiata sopra una coperta, dentro il tabacchino. Il dottor Marongiu, farmacista del paese, caduto vicino al muro, era già morto; tanti si lamentavano e altri restavano immobili. Un rincorrersi di voci, di pianti, di racconti strazianti: in via Cagliari, vicino al fiume, una bomba era esplosa in un crocicchio dove c’erano tanti ragazzi e una mamma aveva appena fatto in tempo a vedere l’unica figlia spirare tra le braccia di una vicina, mentre l’altro suo bambino con la mano sinistra teneva il braccio destro maciullato, grondante di sangue, si lamentava penosamente e girava attorno alla sorella morta. A due passi da lì, proprio sul greto del fiume, una bomba aveva seminato morte tra le donne che facevano il bucato. Nel panificio del signor Casti le schegge di una bomba avevano ferito alcuni bambini e una grossa ragazza si era accasciata vicino ad una vasca da bucato, colpita a morte. In una casa erano stati falciati i due bambini di una signora sfollata da Cagliari. Arrivarono i camion del vicino distaccamento militare; cominciò la pietosa opera di raccolta dei morti e dei feriti. Il vecchio dott. Cabitza e il medico militare dott. Dore, tra i feriti che si lamentavano e il pianto dei parenti, per tutta quella sera e fino a notte inoltrata si prodigarono per curare, consolare e amputare arti, e tanti gonnesi, ancora oggi, nella loro persona portano i segni della violenza di quel giorno. Alla sera calò un freddo pungente: ci si raccolse in silenzio a casa propria o dai parenti o dagli amici colpiti. Alla luce del fuoco dei camini e dei molti lumini per le anime dei defunti allineati sul tavolo della cucina, si parlava sottovoce; “Sembra che i morti siano più di cento, il numero giusto non lo si sa. E i feriti … E intanto continuava triste e interminabile il rintocco delle campane a morto”.

I piccoli martiri di Gonnosfanadiga, uccisi e mutilati a colpi di spezzone, non furono le uniche vittime innocenti del 301st Bomber Group. Altri bambini furono eliminati allo stesso modo a Cagliari in un giorno di festa, altri ancora assassinati alle giostre di Grosseto il lunedì di Pasqua del 1943. Crimini negati come il massacro del collegio San Pietro di Sesto Fiorentino dell’8 febbraio 1944 e la strage degli innocenti della scuola di Gorla del 10 ottobre 1944: crimini orrendi ed impuniti, per i quali gli assassini non hanno mai neppure chiesto scusa. Per quei bambini e per tutte le vittime innocenti, dimenticate dalla storia scritta dai vincitori, deve levarsi la nostra preghiera di cristiani ed il nostro commosso ricordo di italiani. 




 

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